giovedì 14 febbraio 2013

S. S. Benedetto XVI rinuncia al ministero petrino


Quo vadis Domine?

Alle 11,46 dell’11 febbraio 2013, l’agenzia ANSA diffonde il dispaccio con la notizia che Benedetto XVI ha dichiarato ufficialmente di voler rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, a partire dalle ore 20,00 del 28 febbraio prossimo.

Una notizia fulminante, che, come una saetta, ha di colpo percorso tutto il globo.

Possibile?

Il Codex Iuris Canonici (1917), al Canone 221, così recita:
Si contingat ut Romanus Pontifex renuntiet, ad eiusdem renuntiationis validitatem non est necessaria Cardinalium aliorumve acceptatio. (Se accade che il Romano Pontefice rinunci, per la validità di tale rinuncia non è necessaria l’accettazione degli altri Cardinali.)
Il Codice di Diritto Canonico (1983), al Canone 332, così recita:
Nel caso che il Romano Pontefice rinunci al suo ufficio, si richiede per la validità che la rinuncia sia fatta liberamente e che venga debitamente manifestata, non si richiede invece che qualcuno l’accetti.

Quindi, l’istituzione del “papa emerito” esisteva già di diritto, mancava solo che fosse realizzata di fatto: ci ha pensato Papa Ratzinger.

La questione è molto seria e richiederà un’attenta riflessione, anche alla luce di ulteriori notizie che, certo, non mancheranno di giungere, sia in maniera spontanea, sia e soprattutto in maniera interessata.

A caldo si può dire che l’annuncio a sorpresa c’è stato solo in parte, poiché il Card. Ratzinger, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, aveva già ventilata questa possibilità a fronte dello stato di salute di Giovanni Paolo II.
Nel suo libro intervista Luce del mondo, Ratzinger-Benedetto XVI disse a chiare lettere:
«Quando il pericolo è grande non si può scappare. Ecco perché questo sicuramente non è il momento di dimettersi. È proprio in momenti come questo che bisogna resistere e superare la situazione difficile. Questo è il mio pensiero. Ci si può dimettere in un momento di serenità, o quando semplicemente non ce la si fa più. Ma non si può scappare proprio nel momento del pericolo e dire: “Se ne occupi un altro” […] Quando un Papa giunge alla chiara consapevolezza di non essere più in grado fisicamente, mentalmente e spiritualmente di svolgere l’incarico affidatogli,  allora ha il diritto e in talune circostanze anche il dovere di dimettersi.» (Luce del mondo, Libreria Editrice Vaticana, 2010, p. 53).

Ora, non v’è dubbio che questa considerazione contenga un certo buon senso, tale che si riesca a seguirla e perfino a condividerla, ma non appena ci si fermi a riflettere che qui si sta parlando della funzione di “Vicario di Cristo”, ecco che nasce il bisogno di valutarla alla luce dell’aspetto soprannaturale che dovrebbe informare la vita di tutta la Chiesa.

Un semplice dirigente d’azienda avrebbe davvero il dovere di pensare in primis alla buona conduzione dell’impresa: se non ce la fa, passa la mano.
Quando nel consiglio d’amministrazione i componenti non riescono a mettersi d’accordo, l’amministratore delegato o s’impone o si vede costretto a dimettersi, spesso in forza di un principio improprio: la conduzione democratica dell’impresa.
Si potrebbe pensare che la stessa cosa possa accadere nella Chiesa, dopo che il Vaticano II ha portato all’esercizio collegiale dell’autorità. Ma il Papa non è un amministratore delegato, è il Vicario di Cristo, e come tale dirige la Chiesa non in nome del popolo o dell’assemblea degli azionisti, ma in nome e per conto di Nostro Signore, che esercita la sua autorità soprannaturale sul Suo Corpo Mistico, servendosi delle facoltà naturali e della debolezza umana del Suo Vicario.
Nell’esercizio del suo ministero petrino, il Vicario di Cristo terrà sempre conto di questo basilare elemento soprannaturale, dall’elezione alla morte.
Un papa che trascurasse questo elemento, misurando l’efficacia della sua funzione sulla base delle sue sole forze umane, rivelerebbe una scarsa o nulla considerazione della presenza di Colui che rappresenta. Rivelerebbe una formazione culturale e un convincimento interiore dalla valenza solamente umana, troppo umana; come se la Chiesa affondasse le radici in terra e non in cielo.
Oggi, alla luce della rinuncia di Benedetto XVI, si vede confermata l’attitudine degli uomini della nuova Chiesa nata dal Vaticano II: la sopravvalutazione dell’elemento umano e la sottovalutazione dell’elemento divino.

Tale sopravvalutazione la si coglie anche da diversi elementi che si presentano in questa vicenda: per primo la stranezza dell’annuncio “anticipato” della rinuncia.
Con tale annuncio fatto 18 giorni prima della data formale, Benedetto XVI ha aperto le ostilità in Vaticano, come se ce ne fosse stato bisogno: ha aperto la campagna elettorale.
Vista la particolarità dell’evento e visto quello che è accaduto in Vaticano negli ultimi anni, dalla architettata diffusione di informazioni riservate, alla contraddittorietà dei comportamenti della Curia, fino alle incredibili rivelazioni dell’anno scorso su un presunto complotto contro il Papa e le conseguenti smentite circa le riportate dichiarazioni del Card. Romeo in Cina, sarebbe stato più “pratico” e più efficace se il Papa avesse annunciato la sua rinuncia e contestualmente convocato il Conclave, proprio per il bene della Chiesa: per risparmiare alla Chiesa più di un mese di manovre elettorali.
Genera stupore il fatto che mentre la rinuncia si fonda su valutazioni meramente umane, lo stesso non sia stato fatto per i tempi della sua attuazione, così da ridurre al minimo le lotte intestine.
Certo che si può affermare che il Signore non farà mancare la sua assistenza in questo nuovo frangente, ma lo stesso si sarebbe dovuto tenere presente riguardo alle condizioni di salute, tanto da non giungere alla rinuncia.

Altro elemento, direttamente connesso con la sopravvalutazione dell’umano di cui dicevamo prima, è la reazione emotiva, superficiale e inevitabilmente ordinaria che ha suscitato questo annuncio.
Lo stesso era già accaduto con Giovanni Paolo II, con l’apprezzamento della sua sofferenza umana, ostentata in modo tale da trascinare nell’ordinarietà terrena la stessa figura del Vicario di Cristo.
Questa volta è apparsa l’altra faccia della medaglia: l’apprezzamento del cosiddetto senso di responsabilità umana e del travaglio psicologico, accompagnate in controluce dal  balenio delle complesse irrisolte questioni interne ed esterne alla Chiesa, portate avanti con le pesanti spinte esercitate da veri e propri gruppi di potere. Questioni che esamineremo a suo tempo, e che spesso hanno visto convergere forze interne alla Chiesa e forze esterne: pensiamo, per esempio, alle coppie di fatto col corollario del matrimonio dei preti o alla pedofilia col corollario dell’omosessualità o al pan-ecumenismo col corollario del governo mondiale.
Un andamento che porta inevitabilmente a pensare ad un gravame difficilmente sopportabile, dove non si comprende bene quali decisioni siano state assunte dal Papa e quali invece egli sia stato costretto ad assumere. Pensiamo, solo a titolo d’esempio, alla sovraesposizione mediatica di Twitter, che ha scaricato sul Papa una valanga di insulti, come fosse un qualunque sprovveduto internauta.
Le pesanti ricadute sulla figura del successore di Pietro e sulla valenza del suo ministero universale, era inevitabile che portassero ad uno svilimento, tanto da suscitare, al momento dell’annuncio della rinuncia, la perplessità e lo sconcerto di quegli stessi responsabili religiosi e politici mondiali che in questi anni hanno premuto perché nella Chiesa le considerazioni umane prevalessero sulle esigenze di ordine soprannaturale.

Chiudiamo ricordando che tradizionalmente i documenti pontifici portano un incipit dal significato molto profondo e insieme complesso: servum servorum Dei, che è un titolo specifico del Papa. Oggi si è perso il senso di questo titolo, fino a trasformarlo, a volte in maniera perfino espressa, inservum servorum hominis, tale da invertire la polarità della funzione del ministero petrino.
Questa inversione ha permesso, inevitabilmente, che si giungesse al convincimento paradossale che per servire al meglio la Chiesa fosse possibile e coerente ritrarsi dal servirla. Un gesto che  potrà pure apparire nobile agli occhi degli uomini moderni che si affannano a dire all’esterno di adorare Dio mentre dentro di loro adorano solo se stessi, ma che è la dimostrazione del fatto che modernamente il Papa non è più il primo dei servitori di Dio.

IMUV

E si  fece buio su tutta la Terra

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