martedì 27 agosto 2013

Messa Nuova, Epikeia, biritualismo e altre storie.

Estraggo una mia Nota dallo studio di don Antony Cekada sulla Messa Nuova. Come fare a sopravvivere quando un sacerdote capisce di essere stato ingannato, dai suoi formatori, dai suoi superiori e vuole incamminarsi sulla strada che la Tradizione ha mantenuto e trasmesso.



Come ho ripetuto più e più volte nei blog tradizionalisti che mi hanno accolto, non è possibile affermare che la nuova Messa sia “in sè” cattiva, giacchè in sé essa, il suo nudo testo, non è altro che in buona sostanza il recupero di testi più antichi e il rimaneggiamento di essi. Se è “cattiva” la nuova Messa, allora furono cattive anche le liturgie antiche da dove i testi della nuova Messa sono stati tratti (ivi compresa la sacra scrittura, giacchè le nuove parole della consacrazione sono prese da san Paolo). Ciò che rende la Messa cattiva “per accidens” è la volontà eretica e scismatica del movimento liturgico e del gruppo dei riformatori, di mettere mano alla liturgia per ottenere un prodotto che potesse essere utilizzato al fine di veicolare una idea di Chiesa diversa da quella tradizionale, e una idea di religione diversa da quella tradizionale.

E' quindi doveroso associare alla nuda lettera, la volontà perversa e l'eresia privata dei soggetti riformatori. Tuttavia va specificato che in sé, la preghiera eucaristica II, ha semmai il difetto della artificiosità e della bruttezza, della disarmonia, ma non dell'eresia; e come per questa preghiera, così anche le altre parti della nuova liturgia non sono “in sè” false, ma semmai discutibili storicamente, filologicamente, criticamente. Tutte riserve che però non intaccano minimamente la validità del rito.

La “cattiveria” della nuova Messa deriva dall'uso cattivo che se ne può fare, unitamente alla formazione modernista che i nuovi cattolici, preti e laici ricevono. Tuttavia, sebbene sia assolutamente riscontrabile questa direzione dall'alto da parte dei vertici della Chiesa nel deragliare la religione trasformandola in una cosa differente, in un'altra religione e un altro culto, non è possibile rintracciare una volontà ufficiale, un ordine solennemente imposto, un obbligo a rinnegare la fede. Né ufficialmente si è negata validità al tomismo, al magistero precedente, e a quant'altro costituiva la religione cattolica.

Le armi utilizzate, se si nota, sono state piuttosto la desuetudine, la prevaricazione (abusiva), l'avanzamento di carriera degli eterodossi, la persecuzione degli ortodossi, la prassi. Non è possibile affermare che la Chiesa abbia costretto le persone ad andare all'inferno o a credere il male, ma certamente ci sono delle colpe nel Papa e nella gerarchia. Colpe soprattutto di omissione, giacchè potendo vigilare e reprimere non lo hanno fatto. Potendo insegnare, non hanno insegnato abbastanza. Potendo essere chiari, sono stati equivoci volutamente. Inoltre vi sono state anche delle colpe in alcuni Papi, che hanno contribuito insegnando errori, e confermando errori già creduti (vedasi papi in sinagoga, ecc.).

La Messa nuova è un rito che pur non essendo assolutamente falso in sé (poiché è potenzialmente valido), a causa della sua ambiguità voluta e ricercata dai suoi ideatori, va inteso comunque come intrinsecamente perverso. Ossia pur non essendo necessariamente dannoso, è stato studiato dai suoi ideatori per esserlo. Il fine primario secondo la mens degli ideatori, è quello di costruire una religione alternativa a quella cattolica tradizionale. Pertanto, il fine intrinseco di questa nuova liturgia (e non dico estrinseco, giacchè se la riforma è stata fatta, è perché c'era un motivo, altrimenti se è come dicono tutti in questo periodo, che la Messa nuova è uguale alla vecchia, che la teologia è la stessa, che le intenzioni sono uguali, che la ermeneutica è in continuità, che il concilio non ha cambiato niente, che tutto il cambiamento stonato è in realtà abusivo e nessuno voleva realmente cambiare nulla, allora qualcuno dovrebbe avere la cortesia di spiegare a cosa ca...spita (!) sono serviti il concilio epocale e la riforma liturgica epocale, se tutto doveva restare identico; quindi intrinseco, se fosse stato estrinseco sarebbe da intenderci nel senso di Ratzinger: la riforma intrinsecamente ha il fine tradizionale, ma estrinsecamente “taluni”, “alcuni” che non hanno capito, la usano abusivamente per sostenere le loro idee private) è perverso, ossia “deviato” rispetto a quello suo proprio, per come la Tradizione ha sempre indicato.

Si potrebbe al massimo obiettare se la volontà dei riformatori (ipotizzando una buona fede di Paolo VI nel promulgare, buona fede che estenderebbe alla liturgia stessa, rendendola intrinseca al rito, così), intendendo Bugnini & co. vada considerata come intrinseca al rito, oppure se essa sia estrinseca. Allora, se è vero che il rito in sé può essere analizzato nella sua nuda lettera (così come il concilio, la bibbia e qualsiasi altra cosa), va anche detto che il criterio di analisi letterale può servire solo per verificare la formale possibilità per il rito di essere valido e validamente utilizzato. Un rito, essendo una creazione umana, non può essere svincolato dalle intenzioni, dalle volontà e dalle intelligenze delle persone che lo hanno posto in essere, e che per così dire ne determinano l'intrinseco indirizzo, ossia il fine.

Si può dire allora che chi applica le intenzioni tradizionali alla liturgia riformata, tradisca in realtà l'intenzione autentica dei riformatori, i quali hanno riformato la liturgia non perché essa rimanesse sostanzialmente identica a quella di prima, ma perché evolvesse nei significati. Ovviamente diversi riformatori hanno applicato diverse intenzioni, e in grado di eresia differente.

Accanto a chi pensava di superare la transustanziazione, la Presenza Reale, il Sacrificio, l'efficacia sacramentale come azione della grazia santificante, c'era chi volendo caricare i sacramenti di nuovi significati conservava anche i vecchi, e chi semplicemente pensava di migliorare la comprensione dei simboli liturgici, lasciando intatti gli effetti. Ma se fosse anche solo questa ultima eventualità, che potremmo definire “pacelliana” (la volontà di chi “restaura” i riti della settimana santa per dare ad essi nuovi simboli più comprensibili dal popolo), sarebbe comunque un tradimento della Tradizione, e un ribaltamento del fine della liturgia (o dei fini della liturgia). Se la prima finalità è la perfezione del culto, mediante la rappresentazione sacra del mistero, l'edificazione partecipativa del popolo rimane un effetto collaterale e nemmeno necessario. Simpatico, importante, ma non “necessario”, ossia non indispensabile, pena la nullità della liturgia. Una Messa privata, ad esempio non edifica e non insegna niente a nessuno. Sarà per questo motivo, che si è abbastanza chiaramente vietata la celebrazione di Messe private, e nelle stesse rubriche del nuovo Messale, si dice che essa è ideologicamente errata, in quanto si illustra la partecipazione del fedele come una delle finalità principali. Non è quindi intrinsecamente ordinata, ma perversa, anche se la si prende con le pinze e la si celebra bene bene.

Ora, il fatto che comunque sia intrinsecamente perversa non significa che essa sia blasfema o che comporti peccato mortale o veniale il celebrarla. Semplicemente si deve riflettere che anche nelle migliori intenzioni, la Messa nuova non può essere intesa come teologicamente identica alla Messa di sempre, che l'intenzione personale può influire e rendere perfetta la celebrazione individuale, ma non può sanare il difetto che a monte è presente nel rito, per volontà di chi lo ha scritto.

Quindi io opto per considerare la volontà dei compilatori come un fattore intrinseco, e non estrinseco, perché sebbene non fossero i legislatori, hanno comunque costruito l'impianto ideologico della nuova liturgia, e come tale lo hanno presentato al Papa, che lo ha approvato.

Quindi nemmeno lui ha proprio questa completa “buona fede”. Ha voluto certamente, e consapevolmente promulgare la nuova liturgia anche perché avesse questi nuovi fini, non ci è dato di sapere se per errore personale (preterintenzionale) o se per convinta volontà. Né abbiamo possibilità di sapere se volesse fare del bene alla Chiesa o del male alla Chiesa (i verruisti dicono che aveva l'intenzione “oggettiva” di fare il male della Chiesa: beati loro che sono in grado di conoscere le intenzioni che sono nel foro interno degli altri). Né abbiamo la possibilità di sapere se nell'approvare questi nuovi “fini”, fosse della scuola di pensiero “minimalista-pacelliana” (nuovi simboli per aiutare a capire di più e a vivere meglio il mistero) o “massimalista-bugniniana” (sostituzione hegeliana di una religione con un'altra). E' semplicemente impossibile pensare che non sapesse, che non abbia fatto alcuna legge cattiva, che fosse neutro, o che non abbia validamente imposto o abrogato la legge. Si deve arrivare, sebbene anche in minima parte, ad ammettere che il Papa ha fatto una cosa negativa, sbagliata. Che disobbedire a questa cosa sbagliata è giusto e doveroso, proprio perché essa è un errore, e che in questa erroneità di un atto del legislatore, risiede il grosso della crisi della Chiesa, che comunque è storicamente, filosoficamente, sociologicamente molto complessa e secolarmente più antica del concilio e della riforma liturgica.

Quindi è possibile rispettare lo spirito della legge liturgica (che è la teologia Tradizionale dei Sacramenti ben espresso nel Culto Tradizionale integro e omogeneo) in epikeia anche violando la lettera delle leggi (a cui è legata indissolubilmente la volontà perversa e l'eresia privata dei soggetti riformatori, così come abbiamo spiegato sopra), nella fattispecie delle riforme degli anni 50-70.

L’Epikeia infatti è un principio giuridico “di un’azione virtuosa, e quindi eccellente” [GAETANO, Commento quaestio 120 della Secunda Secundae Summa Theologiae, Typographia Poliglotta S.C. De Propaganda Fide, Roma 1891.] che interviene solo in foro interno per scusare dall'obbligo di una legge in tale caso particolare. È quindi un giudizio prudente con il quale, a motivo della volontà del legislatore rettamente conosciuta, stabiliamo che la legge non obbliga in qualche caso particolare. Oppure una benigna interpretazione delle leggi in conformità al giusto e al bene, dichiarante che qualche caso particolare, secondo la ragionevole e umana intenzione del legislatore, per le sue circostanze speciali, che giustamente si ritiene non avesse voluto comprendere nella legge universale, non è contemplato dalla legge. (Cfr. E. HAMEL, Epicheia, in Dizionario enciclopedico di teologia morale, ed. Paoline, Roma 1973 ed. 2a, 332-339).

Quindi difronte alla confusione che si è generata con "l'abrogazione" della vigenza, della norma giuridica liturgiche posteriore a quella vigente, che viene dichiarata, ma non dimostrata canonicamente - dal Sommo Legislatore - "mai abrogata", chi ha il dovere di celebrare, vedrà di esercitare l'epikeia secondo coscienza e secondo quella che sarà l'opportunità del caso concreto, ricordandosi anche il dovere della prudenza e di evitare gli scandali, anche per evitare di finire di fare dei danni dicendo la verità. Sarà quindi legittimato a celebrare il nuovo rito se obbligato dai superiori, ovviamente perfezionando le singole celebrazioni, con quel supplemento di intenzione che non è richiesto né più di moda, ma che è quanto disposto dalla Tradizione per essere conforme alla Tradizione stessa nonostante questo culto perverso. Sapendo però come stanno le cose, dovrà cercare quanto meno di rifiutare lo spirito e la lettera delle riforme per quanto gli sia possibile, ad esempio celebrando con la liturgia di sempre le Messe non comandate, educando alla teologia di sempre i propri sudditi e sottoposti, migliorando la liturgia nuova con qualche accorgimento d'emergenza tratto dalla Tradizione liturgica. [Come per esempio utilizzare SOLO il Canone Romano e il sostituire all'offertorio nuovo - l'offertorio tradizionale, il tutto pronunciato sottovoce, così come le norme nuove e tradizionali comunque prescrivono, (così anche da non farsi sgamare da improvvisati neo-liturgisti, pronti a denunciarti, così per farsi belli) aspettando tempi migliori].

Considerandosi in stato di necessità permanente, e in stato di crisi, come se fosse in tempo di guerra, permanentemente sempre avendo la consapevolezza di sforzarsi il più possibile per tendere verso l'optimum del culto, rifiutando quindi tutte quelle riforme liturgiche artificiali che han inquinato il Messale Tridentino operate dal Mons. Bugnini negli anni '54-'62-'65-'69 adottando senza riserve il Messale del 1952. Questo implica necessariamente la consapevolezza della crisi della Chiesa, per come è stata esposta, e la consapevolezza di agire secondo epikeia a causa dello stato di necessità.

Diversamente credo che sia quantomeno illecita la posizione tanto di chi celebrasse la Messa nuova credendo ingenuamente nell'ermeneutica della continuità tra prima e dopo e decisamente illecita la posizione di chi celebrasse la Messa Tradizionale usufruendo del Motu Proprio, sostenendo che le due forme di liturgia si equivalgono e che non esiste in alcun modo una intrinsecità della crisi della Chiesa.

Fatta salva l'ignoranza e la buona fede, da cui derivano certamente errori che sanano la posizione dei più (che manco vanno a pensare a crisi e non crisi), meno felice è secondo me la posizione dei sacerdoti “conservatori” come quelli dell'Opus Dei (che hanno capito talmente bene che la Messa nuova è uguale alla vecchia, che infatti non se ne vede la differenza...) o dei “tradizionalisti dal volto umano” convinti biritualisti, alla Bux, magari propugnatori di una autodemolizione e ricostituzione della liturgia, mediante la riforma della riforma una liturgia romana latina 2.0 o di questa sorta di indefinita e stupefacente (e a me sembra anche un po' porcareccia) "fecondazione".

Pertanto concludendo la nota che rettifica la posizione di Cekada, non si può dire che sia venuta meno la “Chiesa di cristo”, ma piuttosto che sia venuta meno la Chiesa cattolica estrinsecamente intesa. Fermo restando quanto si può dire sul fatto che la Chiesa di Cristo sussista realmente anche al di fuori della giurisdizione papista (gli ortodossi, guardando il panorama chiesastico odierno, checchè se ne dica, sembran proprio più "cattolici" di certi latini super approvati e pompati: cfr. neocatecumenali), così come che la Chiesa “cattolica” sopravviva nei vari rimasugli dei piccoli resti, le famose persone consapevoli, vigili sentinelle formate, che hanno aperto gli occhi, consci della crisi, ecc. l'istituzione gerarchica è comunque compromessa, così come l'apparato educativo, il collegio cardinalizio, l'episcopato, il laicato, ecc.

Pressochè impossibile ipotizzare una “restaurazione”. Non so come valutare le promesse di Cristo sull'indefettibilità. Potrebbe essere che il piccolo resto prosegua per secoli, diventando sempre più esiguo, lasciando cani e porci in cabina di pilotaggio: sarebbe comunque rispettata l'indefettibilità (e non è il Papa che fa la Chiesa, giacchè non è il capo, ma il vicario del Capo). Potrebbe tornare un nuovo san Pio X. Non ne ho idea.

Fatto sta che nella finzione scemica dei sedevacantisti, ciò che è in cancrena non è la “Chiesa” (sono solo loro la "chiesa", e loro sono a posto), per cui salvano l'indefettibilità, ricamata attorno ad un concetto idolatrico di Papato e di Chiesa, in questo modo. Per i non sedevacantisti, basta guardare fuori dalla finestra per rendersi conto che ciò che doveva essere indefettibile (in teoria), la cosa che doveva resistere immutabile agli attacchi diabolici, sembra morta da 60 anni, e sembra anche putrefatta alla svelta [e c'è qualcuno che dice che ancora deve venire la "grande Apostasia", quando è proprio per colpa di questa ben profondamente radicata, che c'è stato tutto questo sfascio]. E' evidente, che se non si vuole dare del bugiardo a Cristo, e non si vuole passare per deficienti negando l'evidenza, occorre guardare il concetto di “indefettibilità” e di “infallibilità”, smarcandosi dai modelli classici trionfalistici "regali" di un passato purtroppo già tramontato all'indomani del CVI.

Di certo una esaltazione del Papa-re, come ne fanno i tradizionalisti, magari rileggendola con le categorie del fascismo, sognando un Papa-duce che torni e tutto comandi e controlli è (auspicabile ma ben credo solo nei miei sogni ma) improponibile, irrealizzabile, forse mostruosa e assolutamente incompatibile con qualsivoglia intento ecumenico odierno (ossia di riunificazione delle due chiese, non di dialogo). Se c'è un senso nella storia, la crisi, chissà,  potrebbe avere il significato di spingere al ricentramento, al ricompattamento della teologia sul primato, dopo secoli di deriva (secoli di deriva che hanno causato, in buona sostanza, la crisi stessa).

Umanamente tutto sembra perduto, ma sappiamo che proprio quando tutto sembra perduto, il Signore ci invita a guardare in alto per scorgere tra le nubi oscure, proprio il suo ritorno! Allora Maranatha!

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